Buttata fuori da un affitto a Cevo: parliamo dei veri ostacoli delle aree interne
Un articolo scritto di getto sullo spopolamento delle aree interne visto da dentro: cosa succede quando un immobile in affitto diventa la seconda casa di qualcun altro.
Sto scrivendo questo articolo di getto, con una rabbia profonda, senza la certezza che questo sia il modo migliore per esprimerla ma sapendo anche che è meglio un articolo di un’implosione mentale. Per l’ennesima (quarta, quinta?) volta nella mia vita, sono stata buttata fuori da una casa in affitto.
Questa volta non è successo a Como o a Milano, ma a Cevo. Quel piccolo paesiello che da quasi due anni io e il mio compagno abbiamo scelto come casa, insieme a Saviore.
Ma facciamo un passo indietro.
Dal trasferimento da Milano allo studio a Cevo
Nel 2025, io e Tobia (che non sta leggendo quello che scrivo, quindi non andate a prendere lui per le mie parole) ci siamo licenziati, abbiamo messo tutta la nostra vita in decine di scatoloni e da Milano ci siamo trasferiti in Valsaviore. Lo abbiamo fatto dopo mesi di ricerche per trovare due piccoli posti in affitto: uno che ci facesse da casa e uno che potesse servirci come studio.

La casa l’abbiamo trovata a Saviore, un piccolo monolocale in affitto dove gli spazi ridotti ci obbligano a tenere tutto sempre in ordine, pena l’inciampo costante; un posticino carino, però, ristrutturato, che ci permette di vivere tranquillamente.
L’ufficio lo abbiamo trovato a Cevo, rispondendo all’annuncio di un privato che metteva in affitto una casa di sua proprietà. In affitto, questa è la parola chiave.
Siamo quindi arrivati in Valsaviore e prima ancora di poter svuotare uno scatolone, ci siamo rimboccati le maniche: abbiamo smontato tutti gli armadi, i letti e i comodini, pulito tutto da cima a fondo, riverniciato e spazzato. Dopo solo qualche giorno abbiamo scoperto che le pareti delle scale, sotto la carta da parati, erano ricoperte di muffa nera e quindi via di candeggina e olio di gomito per rendere lo spazio vagamente salubre. “È tutto in ordine, anche l’impianto elettrico”, per poi scoprire che non ci potevi attaccare nemmeno un telefono senza rischiare di far saltare in aria la casa perchè forse era a norma nel 1940 quell’impianto. E allora chiama un elettricista, e paga un nuovo impianto elettrico. Vai su IKEA e compra mobili, perchè in questo studio ci dovrai lavorare. Sai com’è, ti sei licenziata e ora devi costruire il tuo business in partita IVA e per farlo hai bisogno di spazio e di scaffali e di un monitor. Poi richiedi un sostegno economico a Regione Lombardia, perchè sei nata senza genitori che hanno 3 o 4 case e un lavoro che gli permette di pagarti tutto quello che ti serve e quindi il tuo conto in banca piange miseria da 32 anni.
Ma dopo due mesi di intenso lavoro, martelli e vernice, abbiamo costruito il nostro studio.
E così, in Valsaviore, iniziamo a lavorare. Portando reddito e spendendo dai commercianti del paese, proponendo progetti e organizzando eventi.
Due mesi di lavori, poi il proprietario cambia idea
Fino a che, il proprietario di casa cambia idea: non vuole più affittare, vuole vendere. Dopo che abbiamo firmato un contratto, dopo ore di dialogo con loro e dopo giorni di impegno burocratico oltre che fisico. Ci mette davanti ad una scelta: o la comprate voi, o la vendo a qualcun’altro per 75.000€.
75.000€. Una cifra che oltre ad essere altissima per il posto, chi ha in mano? Io certamente no. Torniamo al conto che piange miseria e al fatto che non sono nata nella bambagia (come dicono dalle mie parti). Non possiamo spendere 75.000€ per una casa, trasformata in studio, che è ricoperta di moquette e sviluppa muffa nera sulle pareti ogni due mesi.
Gli chiediamo un anno di tempo per capire, per trovare una soluzione, per pensarci. Tre mesi dopo mettono la casa in vendita.

E così inizia un nuovo periodo, in cui due under-35 che hanno deciso di togliere radici e rimetterle in un nuovo posto che ogni 7 secondi lancia l’allarme spopolamento, si vedono entrare in casa gente che la vuole comprare e vuole vedere com’è. Badate bene, non per viverci o lavorarci: ma per farci una bella seconda casa.
La mia rabbia non è solo o soprattutto perchè per l’ennesima volta in vita mia mi buttano fuori da un affitto per interessi economici.
Ci sono abituata: la casa dove la mia famiglia si era trasferita è stata solo pochi mesi dopo venduta ad un’asta di tribunale perchè la ditta edile è fallita senza saldare i propri debiti. So bene cosa significhi vivere il trauma di avere persone che ti entrano in casa a qualunque ora, con un impresario o un venditore per prendere le misure per la loro libreria in mogano mentre tu stai facendo i compiti sul tavolo.
Ma quello che questa volta mi provoca una rabbia cieca, sono gli ingiusti ed assurdi motivi di questa vicenda: una seconda casa. Per venire in vacanza, per trastullarsi al freschetto un fine settimana all’anno, quando va bene.
Perché una seconda casa non è una scelta neutra
In un territorio che urla allo spopolamento e alla mancanza di giovani, continuiamo a scegliere di vendere immobili a generazioni che hanno soldi sul conto per farsi la seconda casa per il proprio piacere.
E mi dispiace se qualcuno che sta leggendo queste mie parole si sente offeso, ma è mesi che ragiono su questo aspetto e non l’ho mai espresso per evitare che qualcuno si indisponga, ma è arrivato il momento di parlarsi chiaramente: l’ingiustizia generazionale passa anche da questo, dal rendersi conto che se stai decidendo di comprare una casa per il tuo piacere e lo stai facendo togliendo l’unico posto in cui due giovani under-35 in partita IVA possono lavorare in un’area interna, sei parte del problema.
“Ma Veronica, cosa ne sapevano loro, loro hanno visto l’annuncio”. Non iniziamo con le scuse, per favore, perchè anche qui le persone (quelle che hanno acquistato e altre) sono venute a vederlo l’immobile, mentre noi eravamo dentro a lavorare e con la piena comprensione che avrebbero buttato fuori noi.
L’altra faccia della medaglia: i proprietari

Siamo arrivati in Valsaviore per lavorare, abbiamo risposto ad un annuncio per affitto e poi si permettono di cambiare idea all’ultimo momento, preferendo (cito quasi testualmente) venderla a qualcuno che ci viene in vacanza che prendere poco di affitto da voi. In questo immobile noi siamo entrati e abbiamo solo fatto miglioramenti: abbiamo rifatto l’impianto elettrico (anche se non era nostra responsabilità) sobbarcandoci metà della spesa (anche se non era un nostro obbligo), abbiamo riverniciato, tenuto pulito e ridato vita al posto. Abbiamo ospitato colleghi e amici e da qui abbiamo organizzato eventi e progetti per tutto il paese e la valle. Sentirsi dire che chi ci fa una seconda casa è meglio di noi, non è una scelta di comodità, ma una scelta politica. Si sta dicendo, in maniera chiara ed inequivocabile, che si preferisce fomentare il turismo del Ferragosto e del fine settimana, invece che permettere a dei giovani di lavorare. Perchè questo facciamo qui: lavoriamo.
Da quando la casa è stata messa in vendita, abbiamo cercato e stiamo continuando a cercare un’alternativa. Perchè noi qua dobbiamo e vogliamo lavorare, ma non possiamo farlo da un monolocale con una scala a chiocciola e senza lo spazio nemmeno per pensare.
Ma torniamo al problema di prima: non ho mezzo milione che mi avanza sul conto per potermi permettere di ristrutturare una casa che di solido ha solo il tetto e con tutti gli investimenti fatti per essere qui e rimanerci, tutti i giorni dell’anno, ho i miei dubbi che riusciremo persino a coprire il rifacimento di un nuovo impianto elettrico (mi dispiace, ma nel 2026, per attaccare dei computer moderni, gli impianti devono essere a norma per il secolo corrente).
Fibra ottica, servizi e il costo reale di restare
Non possiamo nemmeno cercare a Saviore, comune in cui siamo residenti (e su cui sarebbe da aprire un onesto dialogo e ragionamento a parte) ma su cui non riusciamo ad ottenere alcuna informazioni sull’allaccio della fibra ottica che invece a Cevo, grazie al lavoro certosino proprio di Tobia, è stata non solo scoperta, ma allacciata e funzionante. Perchè dare solo e costantemente aria al turismo e alle seconde case significa che in Valsaviore, se non hai la fibra funzionante, non riesci nemmeno ad inviare un messaggio su WhatsApp nei periodi turistici di picco.
Quindi eccoci qua, il 14 settembre 2026: oggi ricomincia la scuola e per me ricominciano gli scatoloni. Senza sapere dove andare, senza conto in banca cicciosetto, senza impresa edile che mi fa i lavori gratis perchè sono di famiglia, senza genitori che mi comprano la casina in montagna per quando voglio venire con gli amici.
I veri ostacoli per vivere nelle aree interne
Se, dopo aver ascoltato le mie parole, non riuscite ancora ad annusare il privilegio e gli effetti reali e concreti sulla vita delle persone della constante incentivazione del turismo e delle seconde case, allora temo che nulla potrà aprirvi gli occhi. O forse sì. Forse solo il giorno in cui tornerete in paese in un qualunque giorno infrasettimanale di novembre e lo troverete vuoto: serrande abbassate, bar chiusi, finestre sbarrate. Forse quel giorno vi renderete conto di cosa significa dire a due giovani che qua volevano vivere e lavorare: “Preferisco che qualcuno mi compri casa, per farci le vacanze”, ancora una volta ignorando che ogni nostra scelta oggi si riverbera sul futuro della nostra comunità.
Quando inizieremo a parlare dei veri ostacoli per vivere nelle aree interne?
