Il divario tra sfruttamento e cura non è mai stato così chiaro
Quando osserviamo la narrazione comune della montagna nel racconto pubblico, si oscilla spesso e volentieri tra due poli. Da un lato la nostalgia di una montagna come luogo di un passato migliore, di tradizioni perdute, di un’autenticità che la modernità ha corrotto. Dall’altro la “resilienza” (che parola incredibile che ci siamo abituati a sentire) della montagna che resiste, dei borghi che non si arrendono, degli ultimi abitanti che tengono dure.
In superficie possono sembrare due narrazioni opposte, ma in realtà condividono lo stesso difetto: la montagna viene messa in posizione passiva. Chi vive la montagna, infatti, in entrambi i casi, è di fatto un soggetto residuale mentre il centro si trova altrove: in pianura, in città, nei luoghi dove la percezione comune ci dice che veramente si decide, si produce, si progetta il futuro.
È questa la cornica che dobbiamo spezzare, per tornare a vedere la montagna abitata non come residuo del passato, ma come infrastruttura del presente.
E se questa argomentazione può sembrare metaforica, in realtà ha un profondo senso tecnico, politico e giuridico.
I dati demografici più recenti registrano un saldo migratorio positivo di 100mila nuovi ingressi nei comuni montani, con un aumento del 40% rispetto alla media dei cinque anni precedenti. “Lo spopolamento è finito!”, esulterebbe qualcuno, ma in realtà la realtà è sempre più complessa e in questi numeri sembra che nessuno si stia ponendo una questione fondamentale: il neo-popolamento senza governo è altrettanto pericoloso dello spopolamento. Se le nuove presenze non si traducono in comunità, servizi e cura del territorio non solo sono semplici movimenti demografici, ma rischiano anche di riprodurre nelle aree interne le stesse dinamiche che stanno facendo soffocare le grandi città.

C’è una scena in una delle mie serie TV preferite (“Oddio, una serie TV, che riferimento culturale basso” – shut up, Gianfranco) in cui due dei membri della famiglia Dutton discutono su una panchina di una cittadina nata da poco per accogliere turisti e seconde case nel mezzo del Montana.
“Questi trapiantati sanno davvero fare il gelato“, dice Kayce
“Cos’è un trapiantato?“, chiede Tate
“È una persone che si trasferisce in un luogo e poi cerca di renderlo identico al posto che ha lasciato“, risponde Kayce
“Non ha nessun senso“
“Proprio nessuno“.
E allora la domanda vera non è “quanti restano” o “quanti arrivano”, ma: a che condizioni si abita? Con quali servizi, con quali diritti, con quale riconoscimento del ruolo che queste comunità svolgono?
La montagna come infrastruttura ecologica
Se cambiamo prospettiva e smettiamo di guardare alla montagna come periferia da sviluppare, il ruolo delle comunità cambia radicalmente.
Le montagne regolano il ciclo dell’acqua, trattengono il suolo, assorbono carbonio, ospitano una biodiversità straordinaria, producono energia rinnovabile. Questi non sono valori estetici, bensì funzioni concrete e misurabili che la montagna eroga a beneficio dell’intero Paese e che chiamiamo “servizi ecosistemici”. E chi mantiene questi servizi? Chi garantisce che il bosco non venga abbandonato, che i sentieri siano percorribili, che i versanti siano stabili, che i corsi d’acqua siano monitorati? Proprio quelle stesse comunità che il discorso pubblico definisce “residuali”.
La Convenzione delle Alpi

Che abitare sia curare non è una mia opinione personale, ma uno dei principi sanciti dall’unico trattato internazionale che protegge una catena montuosa: la Convenzione delle Alpi.
Firmata a Salisburgo il 7 novembre 1991, la Convenzione è stata ratificata anche dall’Italia che al momento ne detiene la presidenza (si concluderà con la XIX Conferenza delle Alpi, prevista a Torino il 21 gennaio 2027). Le priorità dichiarate dal Ministero dell’Ambiente per questi tre anni sono biodiversità, cambiamenti climatici, qualità della vita nelle Alpi. Parole importanti, peccato che manchi la traduzione in atti concreti.
Consumo contro cura
Una delle più interessanti allucinazioni collettive del nostro tempo è aver confuso lo sviluppo indiscriminato di determinati settori per cura del territorio.
Ogni inverno spuntano nuovi progetti di piste da sci, impianti di risalita e tapis roulant (perchè sia mai che si faccia fatica), mentre ogni estate guardiamo file interminabili di turisti che si affollano sulle Dolomiti.
Propongo un solo esempio, tra i tanti che potremmo raccontare. Ad Auronzo di Cadore (per intenderci, il comune che ospita il versante meridionale delle Tre Cime di Lavaredo) il registro anagrafico è sceso per la prima volta sotto i tremila residenti. Ma ogni estate, quel comune ospita fino a 25.000 presenze turistiche.
In questo contesto turistico, le piattaforme di affitto breve hanno cannibalizzato il mercato residenziale: per un proprietario è molto più conveniente affittare ai turisti a settimana che a un lavoratore annualmente.
E non crediamo che questa dinamica sia relegata alle Dolomiti, perchè su tutto l’arco alpino, anche nelle aree meno travolte dal turismo di massa, il tema della casa è legato a doppio filo con la comodità di vendere o gestire gli immobili come seconde case, alberghi, AirBnb o affitti brevi.
Come una rana nella proverbiale pentola, ci siamo abituati a guardare alla montagna come fondale per lo sci, gli eventi sportivi, il turismo del lusso e le seconde case; non è più un luogo da abitare, ma una risorsa da sfruttare.
Il sistema metromontano

In una recente conferenza mi hanno chiesto che cosa ne pensassi, alla luce di queste riflessioni, del sistema “metromontano” e temo che la mia risposta, allora come adesso, sia più legata alla comodità di trasformare un concetto interessante in qualcosa di utilitaristico, più che il concetto di per sé.
Il concetto di metro-montagna, per come è stato teorizzato e presentato, fa riferimento ad un sistema di relazioni che si instaurano e che si possono instaurare tra un territorio montano e uno metropolitano, non tramite imposizioni legislative, ma attraverso forme di cooperazione che si sviluppano volontariamente tra città e montagna per un beneficio reciproco.
Nella realtà, però, il regime metro-montano è diventato il sistema che collega Milano a Cortina, la gentrificazione urbana del Bosco Verticale alla patrimonializzazione montana dei resort dolomitici. Un unico, grande meccanismo estrattivo che polarizza, gerarchizza e privatizza beni comuni, producendo consumo di suolo assolutamente indifferente alla fragilità dell’ambiente montano.
La città che si gentrifica e la montagna che diventa vetrina sono lo stesso fenomeno, visto da punti di vista diversi della filiera.
Il lascito di questi meccanismi lo conosciamo bene, Legambiente lo ha definito “Luna park della montagna”, una nuova categoria introdotto nel report “Nevediversa” di quest’anno, in cui la montagna viene ridotta a parco divertimenti grazie a piste da tubing, bob estivi, zipline e chi più ne ha, più ne metta.
Ma allora non si può fare niente!
In questo contesto, la forma più semplice di propaganda che colpisce chi propone questa visione anti-gentrificazione è che vogliamo una montagna intatta, incontaminata, lasciata a sé stessa. Un po’ come la grande trovata di marketing del Parco Nazionale della Val Grande, venduto come l’area wilderness più estesa delle Alpi solo perchè è meno traumatico di raccontare le ragioni, profonde e storiche, del suo spopolamento.

L’opposto della montagna consumata è in realtà la montagna curata; e per avere cura, abbiamo bisogno di comunità.
Non si tratta di scegliere tra “turismo buono” e “turismo cattivo”, ma rimettere al centro la questione dell’abitabilità come primo strumento di promozione turistica. Il turismo arriva dopo le politiche abitative, le scelte urbanistiche, la governance comunitaria, i servizi funzionanti. Non prima.
Chi decide
Il passaggio dalla lente del consumo alla lente della cura, però, non è solo un cambiamento di paradigma culturale, bensì uno spostamento di potere.
Nel modello dello sfruttamento, la decisione viene dall’esterno: investitori che acquistano immobili, grandi eventi che calano dall’alto, politiche centrali che assegnano fondi, in uno schema in cui le comunità locali sono spettatrici (o, quando ci va bene, coinvolte in processi partecipativi stand alone e fini a sé stessi).
Nel modello della cura, invece, le decisioni partono dal territorio, come sancito nel Protocollo Turismo della Convenzione delle Alpi, dove viene esplicitamente sancito che il turismo alpino è sostenibile solo quando le comunità locali partecipano alle decisioni e ne traggono benefici equi. Si tratta di un impegno giuridico che se però viene misurato contro la realtà (contro Cortina, contro il sistema neve, contro i 400 milioni ai comprensori) il divario è enorme.
Chi ne beneficia
Quando propongo questa riflessione in contesti meno sicuri di una conferenza in cui qualcuno è venuto ad ascoltarmi blaterare perchè tendenzialmente già d’accordo con me, la frase che sento più spesso è
“Il turismo porta lavoro, ci permette di vivere”
Certo, Gianfranco. Infatti tuo nipote ha studiato 20 anni perchè voleva proprio fare il cameriere stagionale senza contratto a Ponte di Legno, in un ristorante di proprietà di un palazzinaro montano (ma che risiede a Milano) seduto nel CDA che gestisce gli impianti da sci e amico del sindaco.
No, Gianna, non c’è nulla di male a fare il cameriere stagionale, ma non tutte le persone vogliono lavorare nell’ospitalità; il problema è quando l’unica scelta di sopravvivenza è lavorare precariamente nell’ospitalità.
Beneficiare dello sviluppo non significa poter raccogliere le briciole che cadono dal tavolo dei ricchi, bensì avere la possibilità di vivere (non sopravvivere) nella propria comunità.
Ma se vuoi accontentarti delle briciole, Gianfranco…
C’è una frase del dossier Nevediversa 2026 che riassume bene il punto: “La settimana bianca resta un rito identitario e la neve artificiale funziona come una foglia di fico tecnologica che maschera il cambiamento climatico, giustificando nuovi investimenti e opere. La crisi dello sci non è solo fisica: siamo ancora legati a un’idea di montagna del passato, che continuiamo a riprodurre pur sapendo quanto sia artificiale.”
Ecco, io credo che il passaggio cruciale sia proprio questo: smettere di riprodurre un’idea artificiale della montagna e iniziare a governare la montagna reale. E la montagna reale è fatta di comunità che hanno bisogno di scuole, di ambulatori, di trasporti, di connessioni, di lavoro. Non di scenografie.
La traduzione politica

Se la montagna è davvero un’infrastruttura ecologica essenziale, questo riconoscimento deve essere tradotto in politiche pubbliche.
La legislazione esiste, ma come qualcuno ha avuto il coraggio di dire in diretta televisiva “Il diritto internazionale conta fino a un certo punto”.
Con la Presidenza alla Convenzione delle Alpi, l’Italia ha la responsabilità e l’opportunità di tradurre questi principi in azione, invece continua a destinare fondi al sistema neve e permettere che i territori alpini vengano trasformati in vetrine per investitori.
La Convenzione delle Alpi non è un documento astratto; include le montagne che vedete ogni giorno, l’acqua che bevete, i boschi che attraversate, i versanti che proteggono le vostre case. Eppure, quanti amministratori locali sanno di vivere dentro il perimetro di un trattato internazionale? Quanti cittadini?
Non si tratta di chiedere assistenza o lamentare un declino “inevitabile” (ricordate la SNAI?), ma di custodire un’infrastruttura essenziale per l’intero Paese, il cui valore economico, sociale e politico deve essere finalmente riconosciuto non solo dai trattati, ma con le scelte dei bilanci, con la distribuzione dei servizi, con le scelte di governance.
La montagna non chiede di essere promossa, ma abitata, come primo, fondamentale atto di cura.
