Turismo o comunità? Il miraggio delle aree montane

Turismo o comunità? Il miraggio delle aree montane

Ogni volta che parliamo di montagna, e soprattutto di sviluppo delle aree montane, rischiamo di cadere in una trappola retorica: credere che il turismo sia la risposta naturale, quasi inevitabile, ai problemi di questi territori. È una convinzione profondamente radicata e storicamente comprensibile. Ma è anche una convinzione che oggi dobbiamo imparare a interrogare.

La scelta, lo dico subito, non è tra turismo sì o turismo no. La scelta è tra un modello che consuma i territori e un modello che li rende abitabili per chi li vive tutto l’anno. E la domanda da cui partire non è “come portiamo più turisti?”, ma: come costruiamo territori in cui sia possibile restare, decidere e immaginare un futuro collettivo?

Turismo non equivale automaticamente a benessere

RSA 4: Turismo sostenible nelle Alpi
© Segretariato permanente della Convenzione delle Alpi, 2013

La Convenzione delle Alpi ce lo ricorda da almeno vent’anni. Il Rapporto “Turismo sostenibile nelle Alpi” (quarta Relazione sullo Stato delle Alpi – RSA4, approvata il 20 novembre 2012 e pubblicata nel 2013) afferma che il turismo è sostenibile solo quando porta benefici equi, quando non mette in crisi l’ambiente e quando coinvolge le comunità nelle decisioni (Convenzione delle Alpi, RSA4 – Turismo sostenibile nelle Alpi, Segretariato Permanente, Innsbruck, 2013). Da allora molto è cambiato: crisi climatiche, pandemia, mutamento delle abitudini turistiche. Ma quei principi fondamentali restano attuali.

Ed ecco il ribaltamento: se voglio parlare di turismo sostenibile in montagna, devo prima parlare di qualità della vita. La decima Relazione sullo Stato delle Alpi (RSA10), dedicata alla “Qualità della vita nelle Alpi” (2023–2024), ci ricorda che vivere in montagna significa avere accesso a scuola, trasporti, medico, lavoro dignitoso, connettività. Se questi elementi mancano, non c’è campagna turistica che tenga.

Eppure, se leggiamo i documenti strategici nazionali troviamo spesso un ritornello: “puntare sul turismo come leva di sviluppo.” La domanda che propongo è un’altra: questo progetto migliora la vita di chi abita qui tutto l’anno? È una domanda che cambia tutto.

Spopolamento e le “chimere” del turismo

Lo spopolamento non è solo numeri in calo. È un cambiamento di struttura sociale: la popolazione invecchia, i servizi chiudono, le competenze locali si disperdono. Già nel 2002, Nicola Farina, nel Bollettino della Società Geografica Italiana, dimostrava che il turismo non è mai riuscito a invertire lo spopolamento montano: al massimo lo ha compensato parzialmente, e spesso solo in alcuni comuni più accessibili (Farina N., “Spopolamento e turismo nella montagna alpina della provincia di Imperia”, Boll. Soc. Geogr. Ital., 2002). Quando il tessuto sociale si indebolisce, il turismo, soprattutto quello stagionale e orientato all’evento, non può essere la cura.

Le politiche delle aree interne lo sanno, almeno sulla carta. Ma come mostra Cipolloni (2018), molte aree interne hanno tradotto la SNAI in programmi prevalentemente turistici, anziché in politiche di sanità, scuola e trasporti (Cipolloni C., “Le politiche di contrasto al fenomeno dello spopolamento delle aree interne”, 2018). Ci sono poi le narrazioni sul “ritorno alla montagna”: esistono, sì, ma come mostrano Corrado (2014) sui processi di re-insediamento nelle montagne europee e Baldeschi (2024), riguardano categorie specifiche, ovvero persone motivate, con competenze digitali, con capitale economico e culturale. Senza politiche di lungo periodo, questi ritorni rischiano di restare una nicchia.

Il fenomeno più insidioso è quello che potremmo chiamare la “chimera del turismo rurale”: l’illusione che basti mettere in scena il passato contadino (l’osteria autentica, l’antico borgo, la baita restaurata) per far ripartire un territorio. Ma se dietro la scena non c’è una comunità viva, il rischio è creare paesi-museo: bellissimi da visitare, impossibili da abitare.

La Valle Camonica come laboratorio

Conferenza “Turismo o comunità? Il miraggio delle terre alte” (Corteno Golgi, 22 novembre 2025)

Per capire tutto questo, serve atterrare sul concreto. La Valle Camonica è un laboratorio vivo: grazie al percorso “Ri-Abitare le Terre Alte” promosso dal Circolo Culturale Ghislandi, ci si interroga apertamente su spopolamento, seconde case, nuovi abitanti, comunità accoglienti. Non sono discussioni astratte: nascono da amministrazioni che vedono i paesi svuotarsi, da giovani che vorrebbero restare, da famiglie che si chiedono se abbia senso cambiare valle per trovare una scuola aperta.

L’Agenda Strategica della Valcamonica del 2024, realizzata dal Politecnico di Milano nell’ambito del progetto Altre Lombardie, tiene insieme mobilità, scuola, sanità, reti comunitarie, agricoltura, rigenerazione, economia locale e turismo come funzione integrata, non motore assoluto. La valle sta provando a fare rete, ma la domanda resta: stiamo costruendo un sistema turistico o un sistema territoriale? Le due cose non sono la stessa cosa.

E poi c’è il tema degli immaginari. Se guardiamo il portale ufficiale della Valle Camonica vediamo neve, montagne, parchi, arte rupestre. Bellissimo, certo. Ma se chiedo a un abitante di un paese alto qual è la sua priorità, spesso la risposta è: scuola, medico, autobus, casa. Due immaginari diversi che vanno ricuciti, perché entrambi sono veri.

Tre domande che cambiano tutto

Le fonti, lette nel loro contesto storico, convergono su un punto: il turismo non può essere l’unico orizzonte delle aree montane. Può essere una componente, una risorsa, un’opportunità. Ma se diventa l’unico motore, finisce per diventare un miraggio.

Per evitare questo rischio, ogni territorio dovrebbe porsi tre domande:

  • Questo progetto aiuta qualcuno a restare? Non “attira turisti”, ma rafforza la residenza, la stabilità, la vita quotidiana.
  • Migliora i servizi essenziali? Perché una montagna senza scuola, senza medico, senza trasporti è una montagna senza futuro.
  • Aumenta la capacità decisionale della comunità? Perché senza governance locale, il turismo decide al posto di chi abita.

Se la risposta è sì, il turismo può diventare uno strumento di rigenerazione e giustizia territoriale. Se la risposta è no, rischia di essere soltanto un altro paesaggio luccicante che copre un vuoto.

La sfida oggi non è portare più persone in montagna. È rendere la montagna un luogo in cui tornare ad abitare ha senso, dignità e futuro.


Questo articolo è tratto dall’intervento alla conferenza “Turismo o comunità: il miraggio delle aree montane”, tenuta a Corteno Golgi il 22 novembre 2025 nell’ambito del percorso Ri-Abitare le Terre Alte.

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