Lo studio fantasma: cosa non dice (e cosa non mostra) il rapporto ANEF-PwC sull’economia della montagna

Lo studio fantasma: cosa non dice (e cosa non mostra) il rapporto ANEF-PwC sull’economia della montagna
© Veronica Vismara
Un’analisi critica dello studio “L’economia della Montagna. Impatti e sfide del sistema montagna in Italia”

A marzo 2026, in piena vetrina olimpica Milano-Cortina, ANEF (Associazione Nazionale Esercenti Funiviari, aderente a Confindustria) ha rilanciato con grande copertura mediatica i risultati dello studio commissionato a PwC Italia: “L’economia della Montagna. Impatti e sfide del sistema montagna in Italia”. Il titolo parla di impatti e sfide. Ma delle sfide, come vedremo, non c’è quasi traccia.

© Veronica Vismara

I numeri sono rimbalzati identici su decine di testate: per ogni euro speso in skipass, se ne generano “oltre 5” di spesa turistica locale e “oltre 8” di giro d’affari complessivo. 75.236 posti di lavoro. 548 milioni di gettito fiscale. Numeri impressionanti e serviti al momento giusto: quello della massima esposizione internazionale dello sci alpino italiano.

Ma quanto reggono a uno sguardo più attento?

Ho richiesto e ottenuto da ANEF l’accesso al documento. Quello che segue è il risultato dell’analisi che ne è derivata, basata sui dati pubblicamente disponibili, sulle fonti citate dallo studio stesso, e sulle domande che il documento lascia inevitabilmente aperte.

1. Che cos’è realmente questo “studio”?

Partiamo dall’essenziale. Il documento non è reso pubblico da ANEF: per accedervi bisogna farne richiesta motivata, e ANEF stessa vincola l’accesso, comunicando che il documento “non può essere diffuso o citato senza previa autorizzazione.”

Questo significa che i giornalisti e i commentatori che ne hanno ripreso i dati lo hanno fatto con ogni probabilità sulla base del solo comunicato stampa dell’associazione di categoria, non del documento integrale (magari non tutti, ma… tanti). Il comunicato, infatti, è stato ripreso in modo sostanzialmente identico da tutte le testate, con le stesse formulazioni e gli stessi numeri headline.

In parole semplici
Quando leggiamo che “uno studio PwC dimostra che…”, immaginiamo un documento di ricerca con metodologia trasparente e dati verificabili. Qui siamo di fronte a un lavoro commissionato dall’associazione di categoria degli impiantisti, basato su dati forniti dalla stessa associazione, non disponibile per verifica pubblica. Non è un documento indipendente, e non è verificabile dall’esterno.
2. Uno studio in movimento: il perimetro che cambia, i numeri che crescono

Un aspetto che nessuna testata sembra aver evidenziato è che lo studio non è un’analisi statica, ma un lavoro in evoluzione che cambia perimetro e numeri nel tempo.

Nell’ottobre 2024, all’Assemblea ANEF di Bolzano, PwC ha presentato una prima versione che copriva tre territori: Lombardia, Valle d’Aosta e Provincia di Trento. Come riportato dal Corriere delle Alpi (18 ottobre 2024), il perimetro comprendeva 78 società di gestione (circa il 20% del totale nazionale) e 689 impianti, pari al 38% del totale, con i primi ingressi invernali analizzati che coprivano il 37% del totale ANEF.

A marzo 2026, il comunicato stampa ANEF indica un perimetro allargato a cinque territori (Valle d’Aosta, Lombardia, Veneto e le Province autonome di Trento e Bolzano) con numeri naturalmente più alti: 1.111 milioni di spesa iniziale (anziché le cifre inferiori della versione precedente), 5.576 milioni di spesa turistica, 8.941 milioni di giro d’affari, 75.236 ULA, 548 milioni di gettito.

Non c’è nulla di scorretto nell’ampliare il perimetro. Ma la questione è: come vengono calcolati questi numeri? Qual è la metodologia alla base dei moltiplicatori? L’unica indicazione pubblica sulla metodologia è quella riportata dal Corriere delle Alpi (18 ottobre 2024): la valutazione si è basata su stime della spesa turistica locale calcolate a partire dalle presenze e dalla spesa media giornaliera di sciatori e accompagnatori, utilizzando dati raccolti sul territorio e benchmark nazionali.

In assenza del documento metodologico, non è possibile valutare l’affidabilità di queste stime, né tantomeno riprodurle o contestarle punto per punto.

In parole semplici
I numeri cambiano perché ANEF aggiunge nuovi territori all’analisi. Il problema non sono le cifre in sé, ma il fatto che nessuno possa verificare come vengano calcolate.
2. Il moltiplicatore: un euro che “genera” cinque euro (ma non proprio)

Il cuore retorico dello studio è il moltiplicatore economico: 1 euro investito produce 5 euro complessivi di spesa turistica, incluso l’euro iniziale.

Questo dato, tuttavia, ha un problema metodologico profondo.

Correlazione non è causazione Lo studio assume che tutta la spesa turistica dei territori analizzati sia causata dagli impianti di risalita. Ma chi va in montagna d’inverno spende in hotel, ristoranti, noleggi, shopping e una parte di quella spesa avverrebbe comunque in una destinazione montana attrattiva per altre ragioni: escursionismo, terme, enogastronomia, patrimonio culturale, paesaggio. Senza un’analisi controfattuale (cosa succederebbe in assenza degli impianti?), il moltiplicatore misura una co-occorrenza, non un nesso di causa.

La direzione è arbitraria. Il moltiplicatore viene calcolato dall’impianto verso l’indotto: l’impianto “genera” l’hotel, il ristorante, il negozio di noleggio. Ma è altrettanto legittimo leggerlo al contrario: senza l’offerta ricettiva, l’impianto da solo non attrarrebbe nessuno. Attribuire l’intera spesa turistica all’impianto come unico punto di innesco è una scelta retorica, non un dato.

Fatturato lordo non è ricchezza creata. Lo studio parla di “8,9 miliardi di valore della produzione.” Lo stesso Sole 24 Ore specifica che si tratta di giro d’affari stimolato, inteso come valore della produzione, non come valore aggiunto. Ma il valore della produzione include costi intermedi, acquisti da fornitori, importazioni. È la cifra lorda, non il valore aggiunto netto, cioè la ricchezza effettivamente creata e trattenuta nel territorio.

In parole semplici
Immaginate di aprire un bar in piazza. Il bar fattura 100.000 euro l’anno, ma ne spende 70.000 per materie prime, affitto, fornitori fuori zona. La ricchezza che il bar effettivamente “crea” nel paese è 30.000 euro, non 100.000. Lo studio ANEF-PwC presenta il numero grosso (il fatturato complessivo), non quello piccolo (il valore effettivamente trattenuto). E anche su quel numero, bisognerebbe chiedersi: il bar è l’unica ragione per cui la gente viene in piazza, o la piazza era già attrattiva di suo?
3. I grandi assenti

Questo è probabilmente il punto più critico. Lo studio calcola il gettito fiscale generato dal sistema (548 milioni secondo il comunicato 2026), ma non menziona mai, in nessuna delle comunicazioni pubbliche disponibili, i flussi di denaro pubblico in ingresso nel settore.

Eppure questi flussi sono ingenti e documentati.

A livello nazionale: il Ministero del Turismo ha stanziato 200 milioni di euro sul quadriennio 2023-2026 per ammodernamento, sicurezza e dismissione di impianti di risalita e innevamento artificiale, come previsto dal DM 7297/23 (comunicato Ministero del Turismo, 28 giugno 2023). A fine 2023 il totale degli investimenti ministeriali per la montagna aveva superato i 250 milioni, con un’ulteriore integrazione di 100 milioni prevista in manovra (comunicato Ministero del Turismo, 27 dicembre 2023).

A livello provinciale: in Alto Adige i contributi provinciali possono coprire fino al 90% degli investimenti per le funivie di trasporto pubblico e fino all’80% per i piccoli skilift di paese (Funivie.org, dicembre 2018, “Comprensori sciistici, nuovo regime per i contributi in Alto Adige”). La Provincia di Trento ha una legge specifica (la L.P. 35/88) che prevede contributi a fondo perduto per impianti a fune, piste da sci, innevamento programmato e bacini idrici (sito istituzionale Provincia autonoma di Trento). In Trentino, Trentino Sviluppo è proprietaria diretta di 27 impianti e detiene partecipazioni in 14 società funiviarie (Funivie.org, dicembre 2024, “Trentino Sviluppo illustra i numeri della gestione”).

Il caso Valle d’Aosta è emblematico. La Valle d’Aosta è uno dei territori analizzati dallo studio. Le principali società di gestione degli impianti di risalita valdostani sono partecipate, spesso in modo largamente maggioritario, dalla finanziaria regionale Finaosta SpA, il cui capitale è interamente posseduto dalla Regione Autonoma. Le quote sono pubbliche e consultabili sul sito finaosta.com: Finaosta detiene il 94,57% di Monterosa SpA, l’86,33% di Cervino SpA, l’84,69% di Pila SpA, oltre a partecipazioni in Courmayeur Mont Blanc Funivie, Funivie Monte Bianco e Funivie Piccolo San Bernardo. Non si tratta di società private che investono e generano indotto: sono società a controllo pubblico, sostenute con risorse regionali.

Lo studio cita 291 milioni di investimenti infrastrutturali 2024 dalle società di gestione, ma non specifica quale quota sia finanziata o co-finanziata da contributi pubblici a fondo perduto. Senza questo dato, il quadro è strutturalmente incompleto.

Il report Nevediversa 2026 di Legambiente, dal canto suo, denuncia che circa il 90% dei fondi pubblici per il turismo montano continua a essere destinato al sistema neve (Gazzetta Matin, 13 marzo 2026).

In parole semplici
Lo studio dice “guardate quante tasse il turismo sciistico porta ai Comuni e alle Province, ben 548 milioni!” Ma non dice mai quanto quelle stesse Province e Regioni spendono per sostenere gli impianti, attraverso contributi diretti, partecipazioni azionarie, infrastrutture viarie, reti idriche ed energetiche in quota. È come vantarsi del fatturato di un negozio senza dire che l’affitto lo paga qualcun altro. Per sapere se l’investimento pubblico conviene, bisognerebbe confrontare le uscite con le entrate. Questo confronto, nello studio, non c’è.
4. Dove restano davvero gli investimenti?

Lo studio presenta gli investimenti delle società di gestione come ricaduta economica locale: 291 milioni nel 2024, distribuiti tra Alto Adige (30%), Trento (27%), Lombardia (21%), Valle d’Aosta (13%) e Veneto (9%), come riportato da SciareMag e Bellunopress.

Ma una domanda importante (e che nessuna comunicazione pubblica pone) è: quanta parte di quegli investimenti resta effettivamente nel territorio che li dichiara?

Le società funiviarie, quando investono, acquistano in larga parte impianti e macchinari da un pugno di produttori specializzati. Leitner (impianti a fune) e Prinoth (battipista) hanno sede a Vipiteno, in Alto Adige. TechnoAlpin (sistemi di innevamento) ha sede a Bolzano. Doppelmayr, l’altro grande costruttore mondiale di impianti a fune, ha sede in Austria. Questo significa che una quota rilevante degli investimenti dichiarati, ad esempio, in Valle d’Aosta o in Lombardia, non resta nel territorio stesso ma fluisce verso i produttori concentrati in Alto Adige e Austria.

L’effetto “ricaduta locale” degli investimenti infrastrutturali è quindi potenzialmente molto più debole di quanto suggerisca la narrazione complessiva. Un investimento fatto “in Lombardia” per la costruzione di una nuova seggiovia è un investimento per la Lombardia, ma i soldi vanno in buona parte altrove.

In parole semplici
Se una società funiviaria valtellinese investe 10 milioni per una nuova seggiovia, quei 10 milioni compaiono come “investimento in Lombardia.” Ma se la seggiovia è prodotta a Vipiteno e installata da tecnici altoatesini, la ricchezza che resta in Valtellina è solo una frazione del totale.
5. Le emissioni: il 6% che nasconde il sistema

Il comunicato stampa che riprende lo studio afferma che gli impianti di risalita sono responsabili di appena il 6% delle emissioni di CO₂ attribuibili al turismo montano (SciareMag, 10 marzo 2026; Bellunopress, 13 marzo 2026). È un dato presentato come prova di virtuosità ambientale. Ma il perimetro è decisivo.

Quel 6% si riferisce ai soli impianti di risalita meccanici, quindi seggiovie, funivie, cabinovie. Non è chiaro, dalle comunicazioni pubbliche, se includa il consumo energetico complessivo dell’innevamento artificiale (pompaggio, compressori, cannoni) e delle operazioni di battitura piste. E certamente esclude il trasporto turistico verso le località: auto private che rappresentano la stragrande maggioranza degli accessi alle stazioni sciistiche alpine italiane.

Le “best practice” citate nei comunicati (tecnologia Ecodrive per le seggiovie, generatori ad alta efficienza per l’innevamento, acquisto di certificati di energia rinnovabile) sono miglioramenti incrementali di efficienza, non soluzioni strutturali al problema delle emissioni del sistema turismo invernale nel suo complesso.

In parole semplici
Dire che gli impianti di risalita emettono solo il 6% della CO₂ del turismo montano è come dire che il motore di un’auto è responsabile solo di una piccola parte del suo impatto complessivo. Tecnicamente corretto, ma il sistema (viabilità, parcheggi, innevamento, battitura, riscaldamento delle strutture) esiste perché l’impianto esiste. Misurare solo l’impianto meccanico è un esercizio di selezione del perimetro.
6. Le sfide che mancano

Lo studio, nel suo titolo, promette di affrontare anche le “sfide” del sistema montagna. Secondo quanto riportato dai comunicati, vengono citati dati su spopolamento, invecchiamento demografico, difficoltà nel reperire lavoratori, accessibilità e extra-costi imprenditoriali nei territori montani, attingendo a fonti Istat, Confartigianato e ANCI.

Ma (sempre stando a ciò che è pubblicamente noto) questi dati vengono presentati come contesto generico, senza alcuna correlazione con il modello turistico basato sugli impianti. Lo studio non si chiede se quel modello contribuisca ai problemi che elenca. Non analizza l’effetto della turistificazione sui prezzi immobiliari, sulla disponibilità di alloggi per residenti e lavoratori, sulla monocultura economica che rende fragili le valli in caso di stagioni corte.

Soprattutto, non c’è nessuno scenario climatico. Per uno studio che si intitola “sfide,” l’assenza di proiezioni su stagioni più brevi, innevamento naturale in calo, e sostenibilità a medio termine dell’innevamento artificiale è la lacuna più vistosa.

Come ha scritto Luigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness, i numeri presentati da ANEF “omettono mille altre letture” del vivere la montagna, offrendo una narrazione esclusivamente economica fatta di incassi e ricadute sull’indotto (il Dolomiti, 16 marzo 2026).

Casanova pone un elenco di domande cruciali rimaste senza risposta: quante risorse pubbliche vengono destinate al settore, contando non solo i contributi diretti ma anche le risorse naturali e paesaggistiche? Quanto costa all’ente pubblico portare servizi in alta quota? E osserva che nelle province di Trento e Bolzano ogni anno i giovani continuano ad andarsene, che nelle valli mancano abitazioni per residenti e lavoratori stagionali, che la sanità territoriale è sotto-finanziata, mentre i fondi pubblici per gli impiantisti non mancano mai (il Dolomiti, 16 marzo 2026).

In parole semplici
Lo studio dice che la montagna ha dei problemi (spopolamento, invecchiamento, difficoltà a trovare lavoratori) e che il turismo sciistico è parte della soluzione. Ma non si chiede mai se sia anche parte del problema, ad esempio se l’economia turistica stagionale sia uno dei motivi per cui i giovani se ne vanno, o se l’aumento dei prezzi immobiliari legato al turismo renda impossibile ai residenti trovare casa.
7. Nessun confronto con le alternative

Lo studio non si chiede mai: se quegli stessi territori, con quelle stesse risorse pubbliche e private, avessero investito in turismo estivo e slow tourism, in agricoltura di montagna, in filiere energetiche rinnovabili, in recupero del patrimonio culturale, in servizi per i residenti… quale sarebbe stato il ritorno economico, sociale, ambientale?

Senza questo confronto, il dato del moltiplicatore è privo di significato decisionale. Dimostra che lo sci genera indotto (cosa che nessuno contesta), ma non dimostra che sia l’uso ottimale delle risorse.

8. Chi parla e da dove parla

Non è un dettaglio secondario: ANEF rappresenta circa il 90% delle aziende funiviarie italiane ed è aderente a Confindustria tramite Federturismo. PwC Italia è una società di consulenza il cui mandato è rispondere al committente. Il tempismo della pubblicazione (a ridosso delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026, e in esplicita replica al report Nevediversa di Legambiente) lo rende un documento di posizionamento nel dibattito pubblico, non un contributo neutrale alla conoscenza.

Il vicepresidente ANEF Massimo Fossati lo dichiara apertamente quando afferma che Nevediversa “continua a raccontare solo metà della realtà della montagna” (Bellunopress, 13 marzo 2026). Ma se l’obiettivo è raccontare la realtà intera, allora servono anche i costi (ambientali, sociali, finanziari pubblici) e non solo i ricavi.

Conclusione: numeri che non bastano, domande che restano
© Veronica Vismara

Lo studio ANEF-PwC misura le ricadute economiche positive del turismo sciistico nei territori alpini più performanti d’Italia. Che lo sci generi indotto economico è un fatto ovvio, che nessuno contesta. La domanda vera, però, è un’altra: a quale costo complessivo (ambientale, sociale, finanziario pubblico) e rispetto a quali alternative?

A queste domande lo studio non risponde. Non perché non siano importanti, ma perché non è progettato per risponderci. È uno strumento di advocacy costruito per sostenere la narrazione di un settore, non un’analisi di policy pubblica.

Per chi vive in montagna e si chiede quale futuro avranno i propri territori, servirebbero studi diversi: indipendenti, completi, trasparenti, che mettano sul tavolo tutti i costi e tutti i benefici, che confrontino scenari alternativi, che includano le proiezioni climatiche, e che soprattutto siano leggibili da chiunque, non custoditi dietro una richiesta di autorizzazione.

Fino ad allora, quei numeri così rotondi che rimbalzano da una testata all’altra sono un racconto parziale. E un racconto parziale, per quanto sofisticato, non è una base su cui costruire il futuro delle nostre montagne.