Dove nessuno si ferma

Dove nessuno si ferma

La storia di Raffaele Menici, la strada dell’Aprica e la memoria che scompare sotto le ruote del turismo

La strada

10 agosto 2024. Sto risalendo in auto la strada che porta all’Aprica da Edolo, nel sedile del passeggero. Lo stress, per chi non ama sfrecciare con un SUV, è alto. Troppe auto, troppe che ti tallonano e ti superano solo perché rispetti il limite di velocità. Il rumore non è quello che ti aspetti dal paesaggio alpino, ma rispecchia pienamente quello di un qualunque passo motorizzato: un rombo incessante e fastidioso, che aumenta l’attenzione e lo stress.

Dal finestrino scorrono gole, torrenti, boschi e baite a bordo strada. Il mio sguardo continua a cercare tracce che mi raccontino qualcosa di questo paesaggio, al di là del guardrail. Un sentiero, una vecchia strada, un piccolo gruppo di case.

Poi, eccola. La lapide, intravista di sfuggito. “Fermati al prossimo slargo!”, con il mio compagno che mi guarda come se fossi vagamente impazzita, senza possibilità di frenare o rallentare senza rischiare un tamponamento. Niente da fare: la SS39 dell’Aprica non è una strada su cui fermarsi per osservare, ma un flusso costante di motori senza spazio vitale, che si inerpicano per curve a volte troppo strette, a volte fin troppo ampie. Dobbiamo rimandare al rientro.

Il 12 agosto rifacciamo la stessa strada al contrario, questa volta con un obiettivo: avevo visto una baita a bordo strada, così vicina al cemento da poter entrare in casa direttamente dall’auto, ma con un bivio su una strada sterrata e uno slargo sufficiente per fermarsi. Rallentiamo, il punto si avvicina. Da dietro ci suonano, poi ci superano. Freccia, accostiamo, scendiamo. La lapide è poco più sotto, a una ventina di metri dallo slargo; ma come arrivarci? Marciapiedi sull’Aprica non ne esistono, figurarsi. L’unica è camminare lungo lo scolo a bordo strada. Un’auto arriva a tutta velocità, l’autista ci vede e sbanda. Clacson, urla. Iniziamo a correre. Posso sentire il mio compagno pensare se non abbia completamente perso il senno per voler morire sull’Aprica solo per vedere una lapide. Sufficientemente ironico, morire di fronte a una lapide. Mi posso già immaginare gli articoli di giornale.

E poi ci arriviamo, in un altro piccolo slargo di fronte a un plinto di cemento. Non ci sono auto, nessuno sta più passando. Finalmente, il silenzio.

Sulla lapide, una scritta:

QUI CADDE IL 17 NOVEMBRE 1944
COLPITO A TRADIMENTO
IL TENENTE COLONNELLO DEGLI ALPINI
RAFFAELE MENICI
COMANDANTE DELLA
54ª BRIGATA GARIBALDI
IN ALTA VALCAMONICA

Colpito a tradimento. Leggo e rileggo. Ma chi era Raffaele Menici? E perché è morto qui, su questa strada su cui tuttə passano, ma che nessuno guarda?

Il fatto: 17 novembre 1944

Raffaele Menici nasce a Temù il 13 dicembre 1895. Un uomo delle montagne alte della Valcamonica: ufficiale degli alpini nella Grande Guerra, poi bancario, poi di nuovo soldato. La storia della prima metà del Novecento gli ha fatto indossare e togliere la divisa più volte. Richiamato nel 1940, combatte sul fronte greco-albanese come tenente colonnello del 6° Alpini. L’8 settembre 1943 lo coglie a Zara: catturato dai tedeschi, riesce a fuggire e torna in valle. Da quel momento la sua guerra diventa un’altra.

Lapide sulla SS39 dell’Aprica
© Veronica Vismara

In alta Valcamonica, Menici è tra i primi a organizzare la Resistenza. Non è un rivoluzionario: è un militare con una visione strategica precisa, che intende la lotta partigiana come preparazione allo scontro finale ed evita azioni che possano provocare rappresaglie sulla popolazione civile. Una posizione lucida e scomoda. Le Fiamme Verdi, le formazioni partigiane cattoliche egemoni nella zona, lo vorrebbero con loro, ma Menici rifiuta l’adesione. Nell’estate del 1944, su incarico di Ferruccio Parri, si accorda con i dirigenti della Edison per proteggere dai nazifascisti le centrali idroelettriche dell’alta valle. Un incarico che rivela quanto la questione dell’energia e del controllo delle risorse alpine fosse centrale anche dentro la guerra. In autunno Menici si avvicina alla 54ª Brigata Garibaldi e ne diventa di fatto il comandante in alta Valcamonica.

È questa scelta che precipita tutto. Le Fiamme Verdi non tollerano la presenza di un’unità garibaldina nel loro settore, tanto meno se guidata da un ufficiale autorevole e indipendente. Con i comandi tedeschi hanno stipulato un accordo di “zona franca”, una pratica non infrequente in quelle fasi della guerra, dettata dalla necessità di proteggere la popolazione civile. L’accordo garantisce libertà di movimento tra Corteno, Edolo e Ponte di Legno, in cambio della rinuncia a ogni ostilità contro i presidi nazisti. L’esistenza della 54ª Garibaldi minaccia quell’equilibrio.

Il 13 ottobre 1944 le SS di stanza a Edolo fanno irruzione nella casa di Menici. Arrestano la moglie, la figlia Luciana, la sorella Anna, i nipoti Idilia e Zeffirino Ballardini. Luciana e Idilia vengono deportate al campo di transito di Gries, presso Bolzano. Zeffirino viene ucciso pochi giorni dopo nel carcere di Edolo. Il 15 ottobre Menici si reca a Edolo per trattare con i tedeschi la liberazione della moglie malata. Viene rilasciato, con l’accordo di un nuovo appuntamento fissato per il 18 ottobre. Ma quel giorno, al luogo dell’incontro, non trova i tedeschi: trova i partigiani delle Fiamme Verdi, che lo accusano di intesa col nemico e lo portano con la forza in Val Brandet, sede del comando della Brigata Schivardi.

Segue un processo davanti al tribunale partigiano. Il 15 novembre Menici è condannato a morte. Poi la pena viene commutata in espatrio forzato in Svizzera, una grazia firmata dal comandante Fiamme Verdi Ragnoli e dal colonnello Basile.

Fotografia sulla lapide (SS39 dell’Aprica) | © Veronica Vismara

Il 17 novembre 1944, nel primo pomeriggio, Menici lascia la Val Brandet scortato da due partigiani. Deve raggiungere il confine svizzero passando per Tirano. La strada è quella che tutti conosciamo: la statale che da Edolo sale verso il Passo dell’Aprica. Poco oltre il bivio per la frazione di Galleno, in territorio di Corteno Golgi, un furgoncino blocca la strada a nord. Da sud, da Edolo, sopraggiunge un’automobile. I due accompagnatori si allontanano. Il colonnello capisce. Tenta di correre. Due raffiche di mitra lo abbattono.

Alcuni contadini, intenti ai lavori nei campi accanto alla strada, assistono alla scena. Vedono uomini in divisa tedesca avvicinarsi ai partigiani, scambiare qualche parola, gettare un ultimo sguardo al corpo a terra. Poi i veicoli ripartono insieme, in direzione di Corteno.

Raffaele Menici muore a quarantotto anni, su questa stessa strada dove io e il mio compagno abbiamo rischiato un tamponamento solo per fermarci a leggere il suo nome.

La ferita

Chi ha ucciso Raffaele Menici? La domanda, a oltre ottant’anni dai fatti, non ha ancora una risposta condivisa. È proprio questa assenza di risposta, questa ferita aperta nel corpo della comunità, che trasforma il cippo sulla statale dell’Aprica in qualcosa di più di un segno commemorativo. Lo trasforma in un luogo irrisolto.

La controversia ruota intorno a tre letture, ciascuna sostenuta da fonti, testimonianze e ricostruzioni documentarie.

Nel 1995 lo storico Mimmo Franzinelli pubblicò nei Quaderni della Fondazione Micheletti il volume Un dramma partigiano. Il caso Menici, in cui accusa le Fiamme Verdi di aver orchestrato l’omicidio consegnando il colonnello ai tedeschi in esecuzione di un accordo segreto. Franzinelli si basa, tra l’altro, sulle dichiarazioni del figlio di uno degli ufficiali della pattuglia tedesca. Ermes Gatti, presidente dell’Associazione partigiani cattolici e all’epoca dei fatti anch’egli partigiano in Valcamonica, rispose nel 2002 con il volume Difendo le Fiamme Verdi, contestando punto per punto quella ricostruzione.

La pubblicazione più recente, e forse la più significativa per il tentativo di pacificazione che porta con sé, è il libro di Alberto Panighetti: La trappola nazista e la fine del comandante Raffaele Menici (LiberEdizioni, 2024, con prefazione di Paolo Corsini). Panighetti propone una terza ipotesi: un piano nazista che, eliminando Menici con la complicità involontaria delle circostanze, riesce nel doppio obiettivo di uccidere un comandante partigiano e di avvelenare per decenni i rapporti tra Fiamme Verdi e garibaldini. Una trappola che funziona ancora, ogni volta che la memoria di Menici divide invece di unire.

L’iscrizione sulla lapide, posta dall’ANPI nel cinquantesimo anniversario della Liberazione, usa le parole “colpito a tradimento”. Nel 2015 il Circolo culturale Ghislandi ha inaugurato una bacheca informativa a pochi metri dal luogo dell’uccisione. Alla cerimonia erano presenti i fazzoletti tricolori dell’ANPI e di altre associazioni. Nessun fazzoletto verde.

Questo dettaglio dice più di qualsiasi ricostruzione storiografica. Dice che il conflitto tra formazioni partigiane, nato dalla coesistenza difficile tra cattolici e garibaldini in una valle stretta e militarizzata, non è mai stato davvero elaborato. Non da quella comunità, non in quel luogo. La verità sulla morte di Menici resta contesa, e il luogo dove è morto resta un luogo di transito. Come se il passaggio senza sosta delle automobili fosse la forma contemporanea di quel silenzio.

Panighetti, nella chiusura del suo libro, scrive che la ricerca della verità avrà fatto passi avanti significativi quando Fiamme Verdi e garibaldini decideranno di celebrare insieme, proprio su quel punto della statale, una delle commemorazioni unitarie della Resistenza. Non è ancora successo.

La strada, oggi

Sulle Alpi non esistono i non-luoghi. Ogni metro di sentiero, ogni strada, ogni angolo di roccia custodisce storie, memorie e la vita di un ecosistema ampio e complesso. Eppure siamo riusciti a trasformare intere aree in spazi di solo traffico e passaggio, dove è impossibile fermarsi e vivere il contesto. La SS39 è l’esempio perfetto: l’arteria di un modello di sviluppo che nella velocità e nel consumo vede l’unico orizzonte possibile per le Alpi.

La stazione sciistica dell’Aprica, tra le più frequentate della Lombardia negli ultimi decenni del Novecento, è oggi tenuta in vita con innevamento artificiale su 50 chilometri di piste, sostenute dal turismo motorizzato del fine settimana. I territori che portano all’Aprica sono solo paesaggi attraversati: le auto li percorrono senza vederli, dirette al divertimento. I paesi, i borghi, da Corteno Golgi alla Riserva delle Valli di Sant’Antonio, restano ai margini dello sguardo. Il report Nevediversa 2026 di Legambiente, pubblicato poche settimane fa, offre la cornice di questa situazione: in Italia il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano continua a sostenere il “sistema neve”, mentre sulle Alpi e sugli Appennini 273 impianti sciistici risultano ormai dismessi (51 nella sola Lombardia) e gli sciatori giornalieri calano del 14,5% in una sola stagione.

Lapide sulla SS39 dell’Aprica | © Veronica Vismara

In questo contesto, a pochi chilometri dal cippo di Menici, il 27 marzo 2026 si terrà una conferenza stampa per annunciare nuovi investimenti nel comprensorio sciistico Teglio-Aprica-Corteno Golgi. Il Patto Territoriale sottoscritto con Regione Lombardia ha già messo in campo quasi 24 milioni di euro per nuove cabinovie, seggiovie, parcheggi e bacini di accumulo per l’innevamento artificiale. Nel 2025 si sono aggiunti altri 10,5 milioni per una nuova seggiovia al Palabione e quasi 2 milioni per potenziare l’innevamento al Baradello.

Il territorio di Corteno Golgi, lo stesso in cui Menici fu ucciso, è oggi un tassello di un comprensorio che investe massicciamente nell’infrastruttura dello sci. La strada dove un colonnello degli alpini morì per le sue idee è la stessa che porta le famiglie in vacanza. Non è una contraddizione in sé. Ma lo diventa quando nessuno sa più cosa è successo lì.

Le piste a ridosso del paese dipendono da un modello energivoro che stride con la crisi climatica in corso. Dalle pareti rocciose che sovrastano il nastro d’asfalto si staccano frane che raccontano un territorio fragile, svuotato e costantemente rattoppato. Il territorio cede sotto il peso di un uso che non lo riguarda, che lo vede solo come contesto scenografico al divertimento. E con esso cedono le storie che custodisce. Che tipo di montagna stiamo costruendo se la strada che porta allo svago cancella la memoria che ha reso le nostre Alpi un territorio pieno di vita, trasformazioni e resistenze?

Tornare al cippo

SS39 dell’Aprica, in corrispondenza della lapide
© Veronica Vismara

Sento un clacson, le auto hanno ricominciato a correre sulla strada. La lapide è ancora lì che mi guarda. Non ci sono contadini, le poche baite sono sbarrate, nessun furgoncino e nessun esercito. Il mio compagno mi guarda: “Dobbiamo tornare alla macchina”. Ma per me quella piccolissima piazzola non è più solo un monumento: è un atto di resistenza all’oblio, piantato nel punto esatto in cui la memoria è più fragile perché il transito è più veloce.

Come la lapide, anch’io sento un piccolo moto di resistenza. Dove il nastro di asfalto mi spingeva a correre, a non guardare, a pensare solo a una destinazione, mi sono fermata. Ho ripreso possesso di uno spazio che altri hanno deciso non fosse più per me, per la mia scoperta, per la mia curiosità. Su quella strada, nel 1944, Raffaele Menici è morto per aver difeso le proprie idee. Nel 2024, su quella stessa strada, la sua resistenza trova un pallido riflesso nella mia volontà di vivere la montagna con la mia dimensione: di persona, di piedi che camminano, di strade che tornano, anche se solo per un momento, a essere anche mie.

Guardiamo verso l’auto, venti metri di puro pericolo più in su. Corriamo. Siamo di nuovo al sicuro dell’abitacolo metallico. Ci immettiamo sulla strada e continuiamo la discesa.

Da allora, ogni volta che percorro l’Aprica, rallento e saluto Raffaele, in un piccolo atto di resistenza al flusso che ci porta, instancabile, verso modelli insostenibili.

Forse anche chi sta leggendo, la prossima volta che percorrerà quella strada, saprà che lì è successo qualcosa. Forse rallenterà.