C’è un momento preciso in cui capisci che la montagna non è più solo il posto dove vai, ma il posto da cui guardi tutto il resto.

Per me non è stato un solo momento, ma un accumulo lento, anno dopo anno, di cantieri dove prima c’erano pascoli, di progetti faraonici presentati come sviluppo, di sentieri antichi cancellati per far spazio a parcheggi. A un certo punto ho guardato i luoghi che più amavo e ho capito che l’espansione capitalistica era arrivata fin lassù, dove nessuno l’aveva invitata.

Lì ho smesso di limitarmi a camminare in montagna e ho iniziato a difenderla.

Mi chiamo Veronica Vismara. Sono cresciuta in Val d’Intelvi, nel Comasco, con le Prealpi addosso fin da bambina. Oggi vivo in Valle Camonica, ai piedi dell’Adamello, in quel pezzo di Lombardia dove le montagne sono ancora abbastanza alte da sembrare eterne e abbastanza fragili da sparire nel giro di una generazione.

Non vengo dall’ambientalismo per caso. Ci sono arrivata attraverso l’educazione e i diritti umani: una laurea in Mediazione Linguistica e Culturale, anni di lavoro nelle ONG tra l’Italia e il Portogallo, un master in Diritti Umani alla Scuola Sant’Anna di Pisa. Ho progettato percorsi educativi, gestito comunicazione, facilitato laboratori di cittadinanza globale con ragazze e ragazzi in mezza Europa. Poi, a un certo punto, ho smesso di parlare di diritti in astratto e ho cominciato a difendere un territorio concreto.

Perché le terre alte sono un campo di resistenza. Lo sono ogni volta che qualcuno propone un nuovo impianto di sci a quote dove la neve non arriva più. Ogni volta che si destinano milioni di fondi pubblici a bucare montagne, spianare valli incontaminate e costruire bacini artificiali su suolo carsico, mentre i ghiacciai si ritirano e i parchi restano senza direttore. Ogni volta che un grande evento sportivo attraversa l’arco alpino lasciando dietro di sé cemento e promesse di sostenibilità che nessuno controlla. Ogni volta che un’area protetta viene ridimensionata non per ragioni ecologiche ma per togliere vincoli a chi vuole edificare.

Lo schema è sempre lo stesso: si invoca lo sviluppo, si promette occupazione, si accusano gli ambientalisti di bloccare tutto.

Ma chi vive davvero in montagna sa che il problema non è la tutela. Il problema è un modello economico che tratta le Alpi come un parco giochi a consumo, da sfruttare d’inverno con la neve finta e d’estate con le cabinovie panoramiche, senza mai chiedersi chi ci resterà quando la stagione finisce e le luci si spengono.

Ma c’è un’altra cosa che questo modello sta cancellando, e di cui si parla troppo poco: la storia. Ogni pietra delle nostre montagne porta incisa la vita di chi c’è passato, attraversando valichi con sacchi di carbone sulle spalle, costruendo mulattiere, lasciando una lapide a ricordo di un passaggio. Per secoli queste strade sono state percorse da mercanti, soldati, contrabbandieri, famiglie in fuga.

Ogni sentiero è un archivio, ogni muro a secco una testimonianza, ogni toponimo un racconto tramandato a voce e inciso nel paesaggio.

Seggiovie, piste, bacini artificiali, marketing folle e terme da archistar non portano solo cemento: sono un attacco con l’acido sulla nostra memoria. Raccontare questa storia, riportarla alla luce, camminandoci sopra, nominando i luoghi e chi li ha abitati, è già una forma di resistenza.

Io credo in un’altra montagna. Una montagna abitata, non solo visitata. Difesa nelle sedi istituzionali con la stessa determinazione con cui la si percorre a piedi. Una montagna in cui le aree protette non siano un ostacolo allo sviluppo ma la sua condizione di possibilità, perché senza ecosistemi sani non c’è economia che tenga, non c’è comunità che resista, non c’è futuro che valga la pena costruire.

Per questo il mio lavoro quotidiano è stare nel punto in cui la montagna incontra la burocrazia, la politica, le decisioni che la riguardano. Nel CAI presiedo la Commissione regionale lombarda per la Tutela dell’Ambiente Montano. In CIPRA Italia, la rete internazionale che dal 1952 lavora per la protezione delle Alpi, siedo nel Consiglio Direttivo. Nella Provincia di Como faccio parte della Commissione per l’Ambiente Naturale. E in Valle Camonica ho fondato il Comitato per la Difesa del Parco dell’Adamello, perché le battaglie più importanti sono quelle che combatti sotto casa.

Studio le VIA-VAS-VIncA, seguo gli iter autorizzativi, scrivo osservazioni, mi presento alle audizioni in Consiglio Regionale.

Non è il lavoro più romantico del mondo. Ma è il lavoro che serve, perché le montagne si difendono anche (forse soprattutto) leggendo le carte prima che i cantieri aprano.

I miei articoli, le interviste e i contributi per altre testate li trovate nella pagina [Pubblicazioni]. Il mio lavoro come formatrice nell’Educazione alla Cittadinanza Globale vive sotto il nome di @pignamentis. Ma questo blog è un’altra cosa.

A Monte è il posto dove metto insieme tutto quello che so e tutto quello che vedo. Storie di chi resta, di chi resiste, di chi si prende cura di un territorio che il mondo vorrebbe trasformare in cartolina o in cantiere. Scrivo da dentro le Alpi, con i piedi nei sentieri e le mani nelle carte. Non sono una giornalista, non sono una scienziata. Sono una che ha scelto di stare a monte: dove le storie cominciano, dove si può ancora cambiarle.